Marco Giacomello.Mens et opusENLavoriamo insieme

Il KIDS Act protegge i bambini. Chi glielo spiega?

13 ottobre 2026 · 3 min

A settembre la Commissione ha proposto l’EU KIDS Act. Dal 2 ottobre chiede un parere a bambini, genitori, insegnanti e piattaforme. La consultazione resta aperta fino al 26 novembre.

Il contenuto, in breve. Niente account social sotto i 13 anni. Tra i 13 e i 15, account limitati, creati da un genitore, con al massimo un’ora al giorno. Dai 15 anni, account propri, ma su servizi che devono essere sicuri. L’età autodichiarata non basta più. Niente scroll infinito senza pause, niente notifiche costruite per richiamare il bambino, niente “streak”. Raccomandazioni ottimizzate per la sicurezza, non per l’engagement. Sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale.

È una proposta forte. Credo che vada nella direzione giusta. E proprio per questo vale la pena guardare anche quello che manca.

L’onere si è rovesciato

La frase che conta l’ha detta Ursula von der Leyen: «it is for platforms to show they are safe by design».

Non è un dettaglio. Per vent’anni abbiamo chiesto alle famiglie di difendersi da sole: leggere le impostazioni, attivare i filtri, controllare. Ora è chi progetta l’ambiente a dover dimostrare che quell’ambiente non lavora contro chi lo usa.

È esattamente l’inversione dell’onere che propongo in Habeas Mentem. Quando una decisione passa da un ambiente progettato, deve essere il progettista a provare che non è stato costruito contro la persona. Il KIDS Act applica questo principio ai minori. È un passo che non pensavo di vedere così presto.

Proteggere non è far capire

Però c’è un vuoto. Nelle FAQ della Commissione, che sono lunghe e dettagliate, trovo età, verifica, impostazioni predefinite, divieti di design. Non trovo una riga su una cosa: che il bambino capisca.

Che capisca perché un video gli viene proposto. Che cosa succede quando accetta un contatto. Perché l’app gli chiede di dimostrare l’età. Che cosa vuol dire quel limite di un’ora.

La proposta tratta il minore come qualcuno da proteggere. Giusto. Ma un bambino di dodici anni non è solo una persona da tenere fuori dal labirinto. È anche una persona che sta imparando a orientarsi. Se a 15 anni apre il suo account senza aver mai capito come funziona quello che usa, abbiamo spostato il problema di tre anni. Non lo abbiamo risolto.

C’è anche un rischio più sottile. Una protezione che non si capisce viene vissuta come un ostacolo. E gli ostacoli, a dodici anni, si aggirano: l’account del fratello maggiore, il telefono di un amico, un servizio meno controllato. La regola che non si capisce è la prima a essere elusa.

Lo vedo ogni volta che lavoriamo a Fammi capire!, i fumetti del Mondo delle domande per bambini tra i 7 e i 10 anni. I bambini non chiedono regole più semplici. Chiedono perché. E quando la risposta è costruita bene, la capiscono benissimo. Chiarezza, non semplicità.

Tre cose che aggiungerei

Se dovessi rispondere alla consultazione, scriverei questo.

  1. Un dovere di spiegazione adatto all’età. Ogni limite, ogni impostazione predefinita, ogni richiesta di verifica deve venire con una spiegazione comprensibile da chi la riceve. Non un’informativa per i genitori. Una spiegazione per il bambino.
  2. La comprensione si verifica, non si presume. Le piattaforme più grandi dovranno presentare un piano di conformità controllato da revisori indipendenti. Dentro quel piano dovrebbe esserci anche una prova: un campione di bambini ha capito davvero? Non è fantascienza. Nel laboratorio di Neuro Legal Cortex misuriamo già quanto è difficile leggere un testo giuridico. Con i bambini bastano metodi più semplici: domande, compiti, osservazione.
  3. Il genitore come traduttore, non solo come controllore. Gli strumenti parentali previsti servono a limitare. Dovrebbero servire anche a spiegare: mostrare al genitore che cosa il figlio vede e perché, in modo che possa parlarne con lui.

Per le imprese il consiglio pratico è lo stesso di sempre. Non aspettate il testo finale. Chi oggi progetta un’esperienza per i più giovani può già chiedersi se un undicenne capirebbe ogni schermata. Se la risposta è no, il problema non è il bambino.

Discutiamone

Una protezione che il bambino non capisce lo rende più sicuro, o solo più bravo ad aggirarla?

Rispondi via email

Riflessione personale, non costituisce parere legale.

Newsletter

Due idee a settimana, direttamente nella tua casella

  • Riflessioni su diritto, mente e tecnologia
  • Le sfide aperte, prima che escano sul sito
  • Accesso anticipato ai nuovi prodotti

← Tutti gli scritti